“Si può edificare la felicità del mondo sulle spalle di un unico bambino maltrattato?”, domanda Ivan Karamazov a suo fratello Alesa. Anzi,non domanda. Accusa. Scaglia con rabbia affilata l’interrogativo eterno che rode dentro ogni uomo che cerca con onestà qualche traccia dell’esistenza divina. E lo fa contro chi per lui rappresenta proprio quella flebile possibilità di una vita finalmente vera e piena,di un Amore che tutto può riscattare,addolcire,valorizzare.

Vorrebbe afferrare quella possibilità Ivan,ma esiste il male,la violenza,la sofferenza con cui fare i conti e quando tutto questo si lega all’innocenza…

Qui però non si tratta di difendere Dio dalla disperata invettiva del grande personaggio dostoevskiano né si vuole tentare di spiegare ciò che resta spesso un drammatico problema per il cristiano. Bisognerebbe invece rivolgere a se stessi questa provocatoria domanda,macerandosi un po’ l’anima al di là di tutte le giustificazioni con cui la si zittisce per un anonimo quieto vivere,prendere sul serio l’urlo di Ivan. Dandogli un senso più ampio: si può edificare la propria felicità distogliendo lo sguardo da ciò che concretamente ci circonda,dal tortuoso percorso del presente,dal sentire l’alito caldo e spesso mefitico del reale che però è l’unica condizione per capire…?Si può raggiungere una felicità,anche di fede,neutrale e separata dalle storture di oggi,come se non ci riguardassero,oggetti percepiti esterni alla nostra esistenza,mali necessari che non ci chiamano in causa e non richiedono la nostra attenzione…?

Apparentemente una cosa come la letteratura non ha nulla a che vedere con tutto questo. Ma non è vero. E’ sorprendente e affascinante la potenza della letteratura.

Impegnarsi a essere nel mondo con la letteratura significa impugnare la parola come unica arma sul fronte,fare della sintassi concreta materia d’intervento,impossessarsi di un significante e renderlo in grado di costruire e intervenire nella logica di ciò che è sconfitta violenta e ingiusta. E pensare che anche la Parola si serve di parole e generi letterari…!

Oggi in Italia c’è uno scrittore che ricorda questo a tutti quanti hanno la grande fortuna d’”incontrarlo”. E’ solo un ragazzo come tanti,a vederlo. E infatti Roberto Saviano ha 29 anni;ne aveva soltanto 26 quando è stato pubblicato “GOMORRA-Viaggio nell’impero economico e nel sogno di dominio della camorra”,il suo primo e pluripremiato romanzo-reportage che a oggi ha venduto quasi 2 milioni di copie ed è stato tradotto in tutto il mondo.

Per limiti di spazio e argomento è qui impossibile sia tentare una sorta di critica letteraria di quello che,pur essendo un eccezionale prodotto artistico,esula da qualsiasi classificazione letteraria,sia affrontare compiutamente la rivoluzione copernicana operata da Saviano nella lettura della realtà odierna d’illegalità e prevaricazione.

Saviano mette in atto una penetrazione conoscitiva illuminante quanto tenace dell’universo criminale della camorra. Lontano il soggetto,a prima vista,da un interesse generalizzato e dalla volontà di una ricerca sullo stile e sulla possibilità della parola. Ma l’autore napoletano non lascia scampo a queste prevenzioni,luoghi comuni contro cui egli ha deciso di lottare a rischio della sua stessa vita(Pasolini scriveva che il successo è l’altra faccia della persecuzione e queste parole acquistano nel caso di Saviano una verità sinistra. Credo che la realtà del pericolo che corre derivi ormai in una misura non meglio quantificabile dal valore che ha assunto, dalla notorietà raggiunta persino oltre ai confini dell’Italia). Bisogna cercare di capire quel che hanno fatto Gomorra e il “fenomeno Saviano” un po’ più concretamente. Gomorra non è soltanto in assoluto il primo libro sulle mafie ad aver ottenuto una simile diffusione in Italia e nel mondo. Gomorra ha soprattutto cambiato il modo di rappresentare e di vedere le mafie. Non più fenomeno locale, ma presenza ubiqua e interconnessa del mondo globalizzato. Non più intreccio fra potere criminale e potere politico, ma supremazia del potere economico al quale tutto il resto è subordinato. Lo sguardo di Gomorra è la sua più grande novità. Ogni polemica su quel che Saviano possa aver preso da altri o su quel che “si sapeva già”, manca il bersaglio perché non si rende conto che è stato Saviano, solo Saviano, a scorgere in quella materia una portata universale e trovare lo strumento per fare breccia con la sua visione delle cose e con la forza di coinvolgimento del suo racconto. Nessuno prima d’allora era arrivato a mostrare soprattutto questo, a far pervenire soprattutto questo come messaggio, a dirti:”non chiederti principalmente se Totò Riina si è baciato o meno con Andreotti”, ma domandati piuttosto chi costruisce casa tua, come vengono raccolti i pomodori con cui fai la salsa, dove e come vengono smaltiti i rifiuti che butti nel bidone dell’immondizia. La violenza mafiosa in senso lato ci coinvolge tutti,la lotta all’illegalità e all’ingiustizia grida a tutti il suo richiamo,il tentativo di difesa degli sfruttati non è cosa da demandare a un povero manipolo di “folli”!E questa lotta in cui si sa spesso di uscire sconfitti alimenta e allo stesso tempo si nutre di altri bisogni fondamentali:la libertà di parola, la fiducia nella verità e nella possibilità di dirla, il coraggio delle proprie azioni e convinzioni. Esserci nel mondo per lottare contro la violenza del mondo.

Esistono vari modi di entrare nella realtà del mondo contemporaneo e denunciarne gli abusi. Roberto Saviano è uno scrittore e ha scelto la sua arma migliore:la letteratura,la parola. E non si trovano parole migliori delle sue per descriverne la potenza di fuoco:

“La cosa che genera scandalo è che uno scrittore, il mestiere considerato più innocuo e incapace di poter avere alcun tipo di forza sulla realtà, possa d’improvviso divenire responsabile di una luce che prima era sbiadita e sbilenca, di uno sguardo infame che spiffera ciò che si vuole celato, che urla quello che è sussurrato, che traduce in sintassi e insuffla vita a quello che prima era disperso in frasi frammentarie di cronaca e sentenze giudiziarie. La vita o la si vive o la si scrive, diceva Pirandello, eppure ci sono momenti in cui la vita, la si scrive per mutarla. Per uno scrittore il modo per innestarsi nel reale è raccontarlo. ho appreso che la necessità prima dell’ intellettuale è presenziare al dolore umano, mantenersi sentinella della libertà umana, non delegare mai ad altro il proprio imperativo di difesa della dignità umana. Non all’ interno di una sorta di nuova ideologia ma come unica capacità di fare del talento, della scrittura, necessità: «Esiste la bellezza e l’ inferno degli oppressi, per quanto possibile vorrei rimanere fedele a entrambi», scrive Albert Camus. Fedele alla bellezza e all’ inferno dei viventi, è il canone estetico che preferisco. La forza letteraria continua ad essere questa sua incapacità a ridursi ad una dimensione, ad essere soltanto qualcosa, sia essa notizia, informazione o sensazione, piacere, emozione. Questa sua fruibilità la rende in grado di andare oltre ogni limite, di superare le comunità scientifiche, gli addetti ai lavori, e di andare nel tempo quotidiano di chiunque, divenendo strumento ingovernabile e capace di forzare ogni maglia possibile.” Ancora,da GOMORRA: “Parole davanti a betoniere e fucili. E non metaforicamente. Lì a denunciare,testimoniare,esserci. La parola con l’unica sua armatura:pronunciarsi. Una parola che è sentinella,testimone:vera a patto di non smettere mai di tracciare…”. Inevitabile allora l’incontro dello scrittore con un suo simile,Pier Paolo Pasolini (e il suo “IO SO”),per riflettere sulle possibilità della parola;per capire se è ancora possibile inseguire come cani da caccia le dinamiche della realtà contemporanea e del potere con la sola lama della scrittura. “Cercavo di capire se i sentimenti umani erano in grado di fronteggiare una così grande macchina di potere,se era possibile riuscire ad agire in un modo,un qualche modo…se fosse possibile tentare di capire senza essere divorati…Sono nato in terra di camorra,nel luogo con più morti ammazzati d’Europa,dove niente ha valore se non genera potere. Qui combattere i clan non è lotta di classe,riappropriazione della cittadinanza,la presa di coscienza del proprio onore. E’ qualcosa di più essenziale,di ferocemente carnale. Significa capire come funziona il proprio tempo in ogni misura e in ogni luogo. Sapere,capire diventa una necessità. L’unica possibile per considerarsi ancora uomini degni di respirare.”

Parola e Scrittura. Per un cristiano non semplici enti prodotti e riproducibili;ma nutrimento vitale,necessario. Luce che guida nella notte. Scaturigini del divino e divine esse stesse. Ciò che è suono o nero su bianco. Eppure è Vita!

Perché spesso proprio chi dice di essere credente e possedere la fede sembra disinteressarsi di come ruota oggi il globo terrestre?Nessuno ci ha mai detto o lasciato scritto nulla in proposito, “quasi che si possa formare il cristiano maturo senza formare il cittadino e l’uomo maturo?!” (Don Diana)

Ci sono nella Parola delle Parole che si scagliano contro la prevaricazione,l’illegalità,la violenza e a favore di chi è costretto a vivere sotto questi soprusi come fossero un’inevitabile calamità e non opera di uomini?

La fede nel Cristo incarnato non può dividersi da un impegno di civiltà,di legalità,di opposizione all’ingiustizia sociale,di conoscenza di quei meccanismi marci che creano una logica della sconfitta. Questo è un monito antico che viene dal Dio degli esiliati per bocca di coloro che,chiamati e “obbligati” all’annuncio,si armano proprio della Parola. Non di (loro) parole. Ma del messaggio divino. I profeti:messaggeri e interpreti del Signore,strumenti coscienti incapaci a tacere anche quando vorrebbero,perché è estremo il bisogno di comunicare…Tre sono le direttrici fondamentali del messaggio profetico:il monoteismo e l’attesa della salvezza,qui tralasciati;e il moralismo,che comprende per ampio spazio parole di opposizione alle storture sociali e invita a un impegno per la giustizia e il sostenimento dei più deboli.

I riferimenti sono moltissimi: Amos è considerato il profeta degli oppressi,dell’opposizione netta di Dio alle ingiustizie sociali e scaglia parole di fuoco contro gli approfittatori:”Guai a chi trasforma il diritto in veleno e getta a terra la giustizia…codesti odiano chi ammonisce alla porta e chi parla secondo verità. Poiché voi schiacciate l’indigente,voi che avete costruito case in pietra squadrata,non le abiterete…Odiate il male e amate il bene e ristabilite nei tribunali il diritto” e la “falsa sicurezza” di chi dice:non mi riguarda.

Isaia(1,10s) si oppone all’ipocrisia delle “mani che grondano sangue” e di quelle degli ignavi,pronte sempre a offrire olocausti ma mai a difendere i più deboli;

Geremia 22,3:”Dice il Signore:praticate il diritto e la giustizia,liberate l’oppresso dalle mani dell’oppressore…e non spargete sangue innocente…” o Ger 7,5-10 (straripamento del male!);

Ezechiele,nel famoso passo del profeta come sentinella,rappresenta la necessità proprio per il profeta di riconoscere e denunciare l’ingiustizia (3,16s);

Osea (10,12) ricorda che solo chi semina secondo giustizia raccoglie secondo bontà;

bellissimo poi il passo di Michea(6,6-8),che sottolinea l’impossibilità della salvezza per mezzo di una fede soltanto esteriore e vuota di ciò che è già stato insegnato all’uomo:giustizia pietà umiltà!

Ovviamente questo resoconto è limitato ai libri dei profeti per confini di spazio e argomento,ma è impossibile almeno non accennare a Gesù-testimone per eccellenza della verità (Vangelo di Giovanni) e al discorso della montagna in cui Cristo stesso pronuncia parole che sono un miracolo d’amore,di bellezza,di giustizia(pur essendo dure,nette,taglienti!)a costituire quello che è il perfetto vademecum del buon cristiano. Ricordando di rallegrarsi ed esultare per la persecuzione che ne deriverà,come è successo prima ai profeti(che quindi per sanzione divina divengono modello “comportamentale” per tutti noi).

In chiusura è giusto almeno solo ricordare la storia e la testimonianza di un grande uomo,un coraggioso sacerdote la cui memoria troppo velocemente si è annebbiata e invece ogni comunità cristiana dovrebbe serbare come pietra preziosa per l’edificazione di piani pastorali di liberazione promozione umana servizio e come iniezione di fiducia all’impegno profetico a cui Dio chiama ogni battezzato. Don Peppino Diana. A lui Roberto Saviano dedica il capitolo più commovente del suo libro e niente meglio delle sue parole appassionate può ricordarlo: “Don Peppino Diana ha avuto una storia strana,una di quelle che una volta conosciuta bisogna poi conservarla da qualche parte del proprio corpo…Aveva deciso di tornare a Casal di Principe come chi non riesce a togliersi di dosso un ricordo,un’abitudine,un odore. Come chi ha perennemente la sensazione smaniosa di dover fare qualcosa e di non riuscire a trovare pace fin quando non la realizza o almeno tenta di farlo…Aveva deciso di interessarsi delle dinamiche di potere,però non voleva soltanto nettare la ferita ma comprendere i meccanismi della metastasi,bloccare la cancrena,fermare l’origine di ciò che rendeva la sua terra una miniera di capitali e cadaveri…”. Così egli tentò di organizzare la testimonianza e coordinare un nuovo impegno delle chiese del territorio;per far ciò scrisse un documento inaspettato,un testo religioso,cristiano,di disperata dignità umana che rese le sue parole universali e pericolose. “PER AMORE DEL MIO POPOLO NON TACERO’” (cfr. Is 62,1). Setacciò la voce dei profeti per sostenere la necessità prioritaria di denunciare e di agire per dare senso al proprio essere.

Di nuovo,la Parola e la parola. Il documento di don Peppino bisognerebbe leggerlo,rileggerlo e poi conservarlo nel sangue. C’è amore,coraggio,fermezza,lungimiranza,concretezza,annuncio. Sostenuto da una fede a cui non basta guardare il cielo non osando guardare in basso,perché sa che c’è chi è espropriato di ogni prospettiva e c’è chi espropria. Dice Saviano:”Don Peppino Diana aveva compreso che doveva tenere la faccia su quella terra,attaccarla sulle schiene,sugli sguardi,non allontanarsi per poter continuare a vedere e denunciare,capire come si innescano le accumulazioni mafiose,le mattanze,le faide e i silenzi. Tenendo sulla punta della lingua lo strumento,l’unico possibile per tentare di mutare il suo tempo:la parola. E questa parola,incapace al silenzio,fu la sua condanna a morte.”

Cominciare a non credere che niente di ciò che accade dipende dal nostro impegno e dalla nostra indignazione;convincersi che le storture del mondo contemporaneo ci chiamano in causa e ci riguardano;disabituarsi a demandare ad altri,a credere che vivere non facendo niente di male renda innocenti,a continuare ad andare avanti per la propria strada senza capire.

Questo è il messaggio dei profeti di un tempo e pure di chi oggi si impegna perché queste parole non cadano nel vuoto dell’inascoltato. Parole che hanno segnato la vita di molti coraggiosi che combattono contro l’ingiustizia e la prevaricazione di larga parte del mondo contemporaneo(e soprattutto in Italia è l’universo economico-criminale che compie le stragi più efferate e commette le espropriazioni più gravi,non solo in una parte della penisola!);parole che spesso hanno portato a una condanna a morte(ma si sa che i profeti…!).

Ogni cristiano è potenzialmente un profeta. Deve esserlo in atto. Deve tentare almeno,con i mezzi a lui più congeniali,con le parole giuste,con la fiducia di chi non vede solo la notte anche se l’alba ancora non è arrivata e la speranza nella potenza e nella grazia del Signore che lo guida.

Penso che soprattutto i giovani,proprio perché possibilmente pieni d’entusiasmo freschi e in procinto di formarsi per tutta la vita,debbano impegnarsi ad attivare questa opzione presente nel menu operativo di ogni uomo;ricordando in chiusura le grandi parole pronunciate da papa Giovanni Paolo II proprio ai giovani durante la GMG di Roma:

Cari amici, vedo in voi le “sentinelle del mattino” in quest’alba del terzo millennio. Nel corso del secolo che muore, giovani come voi venivano convocati in adunate oceaniche per imparare ad odiare, venivano mandati a combattere gli uni contro gli altri. I diversi messianismi secolarizzati, che hanno tentato di sostituire la speranza cristiana, si sono rivelati veri e propri inferni. Oggi siete qui convenuti per affermare che nel nuovo secolo voi non vi presterete ad essere strumenti di violenza e distruzione; difenderete la pace, pagando anche di persona se necessario. Voi non vi rassegnerete ad un mondo in cui altri esseri umani muoiono di fame, restano analfabeti, mancano di lavoro. Voi difenderete la vita in ogni momento del suo sviluppo terreno, vi sforzerete con ogni vostra energia di rendere questa terra sempre più abitabile per tutti.

Cari giovani del secolo che inizia, dicendo “sì” a Cristo, voi dite “sì” ad ogni vostro più nobile ideale. Non abbiate paura di affidarvi a Lui. Egli vi guiderà, vi darà la forza di seguirlo ogni giorno e in ogni situazione.”

LUIGI CRUCIANI